Maggio è il mese in cui le spiagge d’Italia vengono percorse dai naturalisti ed anche dagli ambientalisti alla ricerca di tracce e della nidificazione del “fratino”, tipico uccello di ripa, protetto, dell’Ordine dei Caradriformi.

Coppia di fratino in inverno, lungo la spiaggia di Capo Feto, in assenza di disturbo.
Avviso pregiudizievole di improvvisati ambientalisti che invogliano chicchessia a cercare “tracce e uova” di fratino a Capo Feto.

La spiaggia di Capo Feto che resiste ancora all’attacco delle ruspe e di attrezzature che potrebbero renderla più accogliente per i bagnanti, è sito d’elezione per la nidificazione del fratino che, però, preferisce riprodursi negli habitat retrodunali confacenti, dato che la stessa spiaggia, in assenza di impegno e di vigilanza da parte di chi dovrebbe provvedervi, è continuamente disturbata o dal pecoraio con i cani al seguito o dai praticanti di motocross o, più di recente, dai praticanti di autocross o dai cavalieri a cavallo o dai bagnanti (in estate) o dai praticanti di kite surf. Consapevole di tutto ciò, ben conoscendo le zone retrodunali in cui il Caradride si riproduce, domenica scorsa sono tornato a Capo Feto con Nino Barbera (noto ornitologo castelvetranese riconosciuto dall’ISPRA) nella speranza di trovare qualche altra coppia nidificante oltre alle poche di quest’anno, già censite nello stesso mese. Domenica alle 7,45, la visuale a Capo Feto non era delle migliori, dato che dalla zona del faro stava salendo un denso banco di nebbia che nel volgere di poco tempo ha offuscato tutta la parte occidentale della zona umida. Abbiamo comunque deciso di proseguire nella direzione del nuovo faro, dato che è proprio in alcune parti adiacenti alle gorghe retrostanti che nidifica il fratino.

Chioccia di fratino con la nidiata lungo la sponda di una gorga alle spalle della zona faro e del canneto contiguo.

Mentre camminavamo abbiamo percepito lo scricchiolio tipico delle canne quando vanno a fuoco ed infatti, oltre alla nebbia, abbiamo percepito che un incendio stava per svilupparsi nel fitto canneto di canna del Po e di imperata cilindrica che vegetano alle spalle del faro. Non abbiamo esitato, pertanto, a fare intervenire i Vigili del Fuoco che intorno alle 10,30 hanno avuto ragione delle fiamme che si erano estese al levarsi del sole e del vento. Senza l’intervento dei Vigili, il canneto questa volta poteva andare tutto in fumo dato che il fuoco, probabilmente, sarà stato appiccato e alimentato. L’autocombustione nelle prime ore della mattinata, in presenza di umidità e addirittura di nebbia, è impossibile. Quel canneto è un ecotono di straordinaria importanza ecologica tra la spiaggia, in cui dovrebbe trovare spazio il fratino per nidificare (ma qui non gli è consentito), e la palude. Le specie vegetali che lo compongono sono state introdotte in quel posto per consolidare la duna, in occasione dell’edificazione della struttura portante del faro “storico” che originariamente svettava da quel canneto. Nel 2018, nonostante la storicità, all’insaputa dei mazaresi, è stato abbattuto l’edificio (ancora solido come una roccia) del vecchio faro e il canneto, in questo periodo, viene dato alle fiamme.

Il faro storico di Capo Feto prima che venisse abbattuto il 4 settembre del 2018.
Il canneto, guarda caso, nel 2018 è andato a fuoco in concomitanza della demolizione del faro storico.

Ciò che ne rimane, frammisto a giunchi e a silene celirosa, continua ad essere componente essenziale della parte litoranea ovest di Capo Feto in cui, proprio nel mese di maggio, è possibile osservare l’Hoplia attilioi (poi introvabile), nuova specie di Coleottero che ad oggi, a livello globale, è stata rilevata esclusivamente a Capo Feto. In quel posto c’è chi, ritenendo insignificante e fastidioso anche quel canneto, vorrebbe impiantare al suo posto stabilimenti balneari e quant’altro non si addice in un’area naturale protetta come Capo Feto. Lo Stato, la Regione e l’Ue, attraverso Leggi e Direttive, con i “Piani di Gestione” (costati una barca di soldi), hanno stabilito però che cosa è nocivo e cosa è possibile fare a Capo Feto. Quel canneto, tra l’altro, è vegetazione di area naturale salvaguardata anche dalla specifica Legge regionale 14/2006. Spetterebbe semplicemente al Comune fare funzionare l’apposito “Catasto comunale” delle aree naturali o delle aree boschive o con vegetazione assimilata alla boschiva “percorse dagli incendi”, come prevede la summenzionata Legge. Spetterebbe alle forze addette alla vigilanza e ai controlli fare cessare o quanto meno arginare, fintantochè la Regione non provvederà a nominare un Ente gestore, tutto il disturbo che viene esercitato soprattutto lungo il litorale di Capo Feto. Qui, oltre all’impattante pratica abusiva (non c’è VIncA che sia stata portata a conoscenza del pubblico) del kite surf, con l’appiglio delle ordinanze dell’Autorità Marittima, ora anche gli scooter d’acqua, tra pescatori subacquei e imbarcazioni da diporto, scorrazzano e arrivano ad attraccare all’area naturale protetta. Di questo passo, altro che “Transizione Ecologica”!

Tratto di mare antistante Capo Feto est: scooter d’acqua costretto a virare per non investire un pescatore subacqueo.
All’ormeggio lungo il litorale est dell’area naturale protetta (sulla carta) di Capo Feto.