Capo Feto, 13/11/2001: esemplare maschio di martin pescatore tra la vegetazione e i rifiuti del canale maggiore dell’ex bonifica.

In Sicilia sud -occidentale quando un uccello dalla livrea variopinta non ha un nome, come ce l’ha, per esempio, il gruccione (altro colorato Coraciforme) che in qualsiasi parte della Sicilia è chiamato Appizza ferru od anche (meno comune) Appizza ferla (da ferula), era usanza affibbiargli nomignoli che hanno attinenza con il Paradiso terrestre, luogo celestiale, o con qualche Santo del paradiso. Tra i Santi, San Pietro è il più comune, in quanto custode del paradiso, secondo la credenza popolare. Il martin pescatore, Alcedo atthis, uccello dell’ordine dei Coraciformi, famiglia Alcedinidi, molto attraente, più che per la forma, soprattutto per il colorito celestiale del dorso, ha portato la fantasia popolare direttamente in paradiso o a San Pietro e per questo motivo, in questa parte della Sicilia, gli è valso l’appellativo di Ocidduzzu (non supera i 18 cm. in lunghezza e il peso difficilmente supera i 25 gr.) di San Petru od anche, ma meno comune, Ocidduzzu di paraddisu. E’ noto che è una specie politipica (si conoscono sette sottospecie) a distribuzione paleartica-orientale e in Europa è presente con due sottospecie, Alcedo atthis atthis (sottospecie nominale) e Alcedo atthis ispida.

Fiume Delia, parte che si immette nella diga S.S. Trinità: martin pescatore probabilmente della sottospecie ispida.

In Italia la sottospecie nominale è più diffusa al sud,

Laguna di Tonnarella: Alcedo atthis atthis (sottospecie nominale).

mentre la sottospecie ispida è più diffusa alo nord. In natura i due tipi sono pressochè indistinguibili anche se i soggetti della sottospecie ispida possono presentarsi appena più chiari e appena più grossi. La popolazione italiana, a prescindere dalle sottospecie, è stimata tra quattromila e diecimila coppie nidificanti. In Europa, lo status di conservazione è ritenuto sfavorevole, SPEC 3, per il crescente inquinamento delle acque e per l’inarrestabile perdita di habitat. Luigi Benoit (1840), in Sicilia orientale lo ritenne sedentario (vive sempre nello stesso luogo e non emigra giammai), mentre Andra Ciaccio e Angelo Priolo (1997) lo hanno classificato sedentario e nidificante come A. a. atthis e migratore e svernante come A. a. ispida. Da noi, se si tiene conto della distinzione tra i due tipi, lo status non cambia. Le nostre zone umide, siano esse di acqua dolce o salmastra o salata, lo ospitano tutto l’anno, probabilmente la sottospecie nominale. Nel corso di rilevamenti mirati, l’ho visto più volte con l’imbeccata portarsi là dove ho ritenuto che avesse realizzato i cunicoli di nidificazione, lungo il fiume Delia, parte che si immette nella diga Trinità, e lungo il fiume Mazaro, Giardino dell’Emiro, prima che venisse privato di tutta la vegetazione. Più di recente ho avuto il sospetto che possa riprodursi in un’altra zona umida d’acqua dolce del mazarese. Il nome di Alcedinidi, derivato dal greco Halcion, trae origine dalla leggenda di Alcione, figlia di Eolo re dei venti, moglie di Cèice, tant’è che l’altro nome volgare del martin pescatore è proprio alcione. E’ noto che Alcione e Cèice sono stati trasformati in uccelli, ma secondo la mitologia classica greca Alcione e il marito, piuttosto che in martin pescatori, dai colori iridescenti, sono stati trasformati in grigi e bianchi gabbiani. Nella leggenda, il martin pescatore, con i suoi colori, avrebbe potuto essere Iri, ovvero la ninfa Iride o Arcobaleno. Quando Hera (Giunone), infatti, supplicata da Alcione, non potè fare nulla per salvare Cèice, impietosita, mandò Iri da Ypnos (dio del Sonno) affinchè, attraverso un sogno, preparasse Alcione alla perdita del marito. Ypnos, dietro insistenza di Iri, fece assumere al figlio Morfeo le sembianze di Cèice che, nel sogno, comunica ad Alcione che sta per morire. Alcione, affranta, si sveglia, corre sulla spiaggia, intravede Cèice annegato e, trasformata in gabbiano, vola verso di lui. Una volta ricongiunti, la procella volge al sereno, con l’Arcobaleno che irradia i colori dell’iride, i colori di l’Ocidduzzu di San Petru.

A Capo Feto posato su di un deposito spiaggiato di Posidonia oceanica. Poteva essere una bella e significativa fotografia, ma il sole frontale ha compromesso la ripresa.
Luce, colore e vita tra riflessi ed ombre della vegetazione.